La nascita della cravattomania

 

La storia della cravatta è molto più vivace e sorprendente di quanto si possa immaginare. All’inizio dell’Ottocento, mentre il dandismo dominava la scena e l’abbigliamento maschile si faceva sempre più sobrio, questo semplice accessorio assunse un ruolo inatteso: divenne il segno distintivo del vero gentiluomo. Proprio perché il resto dell’abbigliamento non offriva più grandi possibilità di espressione, il nodo della cravatta si trasformò in un linguaggio, un modo per dichiarare al mondo il proprio gusto, la propria precisione e, in fondo, la propria identità.

Fu così che nacquero i primi manuali dedicati esclusivamente all’arte di annodare la cravatta. Nel 1818 comparve la Neckclothitania, un curioso trattato che illustrava dodici nodi fondamentali con una minuzia quasi ossessiva. L’autore, rimasto anonimo, dichiarava di voler tracciare una linea netta tra il gentiluomo impeccabile e il mascalzone privo di stile: bastava padroneggiare il nodo giusto per elevarsi socialmente. L’Europa, affascinata da questa nuova forma di eleganza, si lasciò travolgere da una vera e propria cravattomania.

Nel 1827, a Parigi, uscì L’Art de se mettre la cravate, firmato dal misterioso Barone Emile de l’Empesé, pseudonimo dietro cui si celava probabilmente Émile-Marc de Saint-Hilaire. Il libro, stampato dallo stesso tipografo di Balzac, ebbe un successo straordinario: undici edizioni e una diffusione internazionale. Descriveva trentadue nodi diversi, dai più sobri ai più fantasiosi, come la Cravate à l’Américaine, la Cravate à l’Orientale, la Cravate Collier de Cheval e la Cravate à la Byron. Il tono era ironico, ma non tutti lo colsero. Alcuni lettori presero molto sul serio consigli come quelli dedicati alla Cravate Mathématique, che richiedeva simmetria perfetta, estremità esatte e, se necessario, persino l’uso del compasso. Ancora più pittoresco era l’avvertimento sulla Cravate Sentimentale: non era adatta a tutti i volti, e chi non ispirava naturalmente amore e passione rischiava di diventare bersaglio di scherno.

Il culmine di questa moda arrivò nel 1830 con L’Art de la toilette, che descriveva ben settantadue nodi. Un numero impressionante, anche se in realtà si trattava quasi sempre di variazioni su pochi schemi principali. Ma l’ossessione per i dettagli era tale che anche una piega laterale o una rientranza potevano decretare la differenza tra eleganza e disastro. Confondere, ad esempio, la cravatta americana con quella matematica sarebbe stato considerato imperdonabile.

Con il passare dei decenni, la cravatta continuò a evolversi. All’inizio del Novecento comparvero spille e fermagli di ogni tipo, pensati per mantenere il nodo in posizione. Un esperto dell’epoca, noto come “Major”, consigliava una semplice perla per le cravatte nere o con piccoli motivi rossi o bianchi. Ma la vera rivoluzione arrivò nel 1926 grazie all’americano Jesse Langsdorf, che introdusse il taglio sbieco del tessuto e la costruzione in tre parti. Una soluzione semplice ma geniale che rese la cravatta elastica, resistente e capace di cadere dritta senza attorcigliarsi. È a lui che dobbiamo la cravatta moderna.

Nel corso del Novecento, la forma della cravatta ha continuato a cambiare. Quando i gilet scomparvero, divenne più lunga per riempire lo spazio lasciato libero dalla giacca. Oggi arriva alla cintura, anche se la tradizione ricorda che è sempre meglio una cravatta troppo corta che troppo lunga. La larghezza, poi, ha seguito mode cicliche: dalle cravatte sottilissime ai modelli larghi degli anni Settanta, simili agli esagerati fiocchi dei Macaroni settecenteschi o degli Incroyables francesi. In generale, la misura più armoniosa resta tra i sette e i dieci centimetri, proporzione che molti negozi storici di Jermyn Street a Londra continuano a rispettare.

Dopo tre secoli e mezzo di evoluzioni, una cosa è rimasta immutata: la cravatta è, prima di tutto, un indumento per il collo. E proprio in questa sua apparente semplicità continua a custodire un mondo di stile, storia e personalità.

Michele Fiaschi

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