Giorno della Memoria: per non voltarsi dall’altra parte

                   

                           

Il Giorno della Memoria non è una semplice ricorrenza: è un impegno che deve attraversare ogni giorno dell’anno, guidando il nostro modo di pensare, di parlare, di agire. La Shoah rappresenta l’abisso più oscuro della storia europea: lo sterminio sistematico degli ebrei d’Europa, progettato dal nazismo e reso possibile anche dalla collaborazione attiva del fascismo italiano. Riconoscere questa responsabilità non è un atto di colpa, ma un atto di verità. Senza verità non esiste memoria, e senza memoria non esiste futuro.

Le leggi razziali del 1938 non furono un’imposizione esterna: furono scritte, applicate e difese dal regime fascista. Furono italiani a espellere bambini dalle scuole, a licenziare lavoratori, a confiscare beni, a stilare elenchi, a consegnare famiglie intere alla persecuzione. La macchina della discriminazione funzionò perché molti scelsero di obbedire, di adeguarsi, di tacere. L’indifferenza fu il primo ingranaggio dell’orrore.

La Shoah, lo sterminio degli ebrei d’Europa, è un evento unico e ineguagliabile nella sua radicale disumanizzazione. Fu perpetrato dal nazismo con la complicità del fascismo italiano, entrambi al servizio di un’ideologia razzista e antisemita. Ed è essenziale ricordare che tutto questo avvenne nel cuore del Novecento, il secolo che si definiva moderno e civile.

Le vittime furono almeno sei milioni di ebrei, un milione e mezzo di dissidenti politici e poi ancora milioni di prigionieri di guerra, rom e sinti, persone con disabilità, omosessuali. Si stima che tredici milioni di esseri umani siano morti nei campi di sterminio: oltre un milione ad Auschwitz, un milione e mezzo erano bambini, la parte più fragile dell’umanità annientata dalla ferocia degli adulti.

Dall’Italia furono deportati 8.564 ebrei, 23.826 oppositori politici e 650.000 internati militari italiani che, dopo l’8 settembre 1943, rifiutarono di combattere al fianco dei nazisti. Più di 7.500 ebrei italiani non tornarono, oltre 10.000 deportati politici morirono, e tra gli IMI si stimano 50.000 vittime. Il loro sacrificio, spesso dimenticato, è una delle testimonianze più alte di dignità morale del nostro Paese: un “no” che vale come un atto di resistenza, un atto di libertà.

Tutto questo orrore fu possibile anche per la complicità, il silenzio e l’indifferenza di molti italiani.

Per questo oggi abbiamo una responsabilità precisa: comunicare ciò che sappiamo, tenere viva la memoria come ponte tra passato e presente, riconoscere ogni male compiuto come un orrore di ora e di sempre. La trasmissione della Memoria non è un rito da ripetere, ma un dovere civile: ricordare con la stessa intensità, la stessa indignazione, la stessa lucidità.

Ricordare significa battersi per una società che non scarta nessuno, dove non c’è spazio per l’odio. La consapevolezza del passato costruisce la nostra identità presente: conoscere è già un atto morale, perché ancora i nostri comportamenti ai valori che ci definiscono. Ricordiamo quei fatti perché crediamo nell’uguaglianza, nella civiltà, nel rispetto, nella tolleranza, nella democrazia e nella libertà. La dignità della persona è il fondamento che ci porta qui, oggi, a celebrare il Giorno della Memoria: il male ha bisogno dell’oblio per tornare, mentre la memoria lo disarma.

Da custodi delle Memorie abbiamo il dovere di coltivare ogni giorno la libertà, liberandola da incubi, paure e odio. Il Giorno della Memoria non è una semplice ricorrenza: è un impegno quotidiano, un modo di pensare, di parlare, di agire. È un atto di verità, perché senza verità non esiste memoria, e senza memoria non esiste futuro.

Michele Fiaschi

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