La forza dell’esempio: Teresio Olivelli MOVM e beato, testimone tra le tenebre
Nel
Giorno della Memoria siamo chiamati a un gesto che va oltre il ricordo: siamo
chiamati a un atto di responsabilità. La Memoria non è un esercizio del
passato, ma un impegno del presente. È la scelta consapevole di non lasciare
che l’orrore cada nel silenzio, di non permettere che l’indifferenza diventi
abitudine, di non accettare che la dignità umana possa essere ancora
calpestata. Ricordare significa restituire voce a chi non può più parlare, ma
significa anche lasciarsi interrogare da coloro che, in tempi di oscurità,
seppero restare umani. Tra questi testimoni, la figura di Teresio Olivelli
emerge come una delle più luminose e ardenti.
Teresio
nacque a Bellagio il 7 gennaio 1916, in una famiglia semplice e profondamente
cristiana. La sua infanzia si svolse tra Carugo, Zeme e Mortara, dove maturò
una fede limpida e un forte senso di responsabilità civile. Studente brillante,
si diplomò al liceo Cairoli di Vigevano presentandosi all’esame con il
distintivo dell’Azione Cattolica, gesto proibito dal regime fascista: un
piccolo segno di libertà interiore che già rivelava il suo carattere. Nel 1938
si laureò in Giurisprudenza a Pavia e iniziò la carriera accademica come
assistente di Diritto Amministrativo a Torino. Come molti giovani cattolici del
suo tempo, tentò inizialmente di conciliare l’adesione formale al regime con i
valori evangelici, ma i viaggi in Germania e il contatto diretto con il nazismo
lo scossero profondamente. Intuì la natura disumana di quell’ideologia e iniziò
un percorso di distacco morale e spirituale.
Nel
1941 scelse di partire volontario per la Russia. Non per spirito bellicoso, ma
per solidarietà verso i soldati più esposti. Scrisse: «Non ho eroici furori.
Solo desidero fondermi nella massa, in solidarietà col popolo che combatte e
soffre». L’esperienza del fronte lo segnò nel corpo e nell’anima. Tornò
trasformato, più consapevole della fragilità umana e della necessità di una
resistenza morale. A soli ventisette anni divenne rettore del Collegio
Ghislieri di Pavia, ma l’8 settembre 1943 cambiò tutto. Rifiutò di collaborare
con i nazifascisti, venne arrestato e deportato in Austria. Evase, raggiunse
Brescia e si unì alla Resistenza cattolica, fondando il giornale clandestino Il
Ribelle, voce limpida e coraggiosa di una libertà che non voleva odiare, ma
redimere. In quei mesi scrisse la preghiera «Signore, facci liberi», che
divenne il manifesto spirituale della Resistenza cristiana.
Arrestato
nuovamente nel 1944, iniziò per lui la tragica sequenza dei campi di
concentramento: San Vittore, Fossoli, Bolzano, Flossenbürg, infine Hersbruck.
Lì, dove l’uomo era ridotto a numero, Olivelli scelse di restare persona. Si
prese cura dei malati, pulì piaghe, condivise il poco cibo, assistette i
moribondi, organizzò preghiere e catechesi in più lingue. Le SS lo odiavano per
questo: perché la sua fede era più forte della loro violenza. Il 31 dicembre
1944, vedendo un giovane prigioniero picchiato brutalmente, si gettò su di lui
per proteggerlo. Il calcio allo stomaco che ricevette fu fatale. Morì il 17
gennaio 1945, dopo una lunga agonia, consumato dalla fame, dalle percosse e
dalla carità. Aveva ventinove anni.
La
Repubblica italiana volle riconoscere la grandezza morale di questo giovane
uomo conferendogli la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Nella motivazione si
legge che, dopo essersi distinto al fronte russo, «manteneva fra le torture
esemplare contegno, nulla rivelando», e che, nei campi di concentramento,
«trovava ancora, nella sua generosità, la forza di slanciarsi in difesa di un
compagno di prigionia bestialmente percosso da un aguzzino, facendogli scudo
del proprio corpo e morendo sotto i colpi». Parole che non sono retorica, ma la
fotografia esatta di un’esistenza donata fino all’ultimo respiro.
La
Chiesa aprì la sua causa di beatificazione nel 1987. Dopo un lungo e rigoroso
percorso, papa Francesco riconobbe nel 2017 il suo martirio “in odium fidei”,
aprendo la strada alla beatificazione. Il 3 febbraio 2018, a Vigevano, Teresio
Olivelli fu proclamato Beato. La sua santità non nasce da miracoli
spettacolari, ma da un miracolo quotidiano: la capacità di amare in un luogo
dove tutto era fatto per distruggere l’amore. La sua frase più celebre, scritta
poco prima di morire, è il sigillo della sua vita: «O Gesù, ti ho amato in
terra soffrendo: ti amerò in cielo godendo».
Ricordare
Teresio Olivelli nel Giorno della Memoria significa riconoscere che la storia
non è solo un elenco di orrori, ma anche un patrimonio di luce. Significa
credere che la libertà non è un bene scontato. Significa imparare che la
dignità umana può essere difesa anche quando tutto sembra perduto. La sua vita
ci insegna che la Memoria non è un museo: è un impegno. E che l’esempio, quando
è autentico, diventa eredità.
Michele
Fiaschi

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