Vergarolla, il boato che cambiò per sempre il destino di una città

Il 10 febbraio, nel Giorno del Ricordo, la nostra memoria torna a quelle terre dell’Adriatico orientale dove la storia si è fatta dolore, scelta, identità ferita. Tra le pagine più laceranti di quel capitolo c’è la strage di Vergarolla, avvenuta a Pola il 18 agosto 1946: un episodio che non fu soltanto una tragedia immane, ma il punto di svolta che spinse un’intera comunità verso l’esodo.
Era una domenica d’estate, e Pola cercava
di respirare un po’ di normalità dopo gli anni bui della guerra. Sulla spiaggia
di Vergarolla si sarebbero dovute svolgere le gare natatorie della Coppa
Scarioni, organizzate dalla “Pietas Julia”. Non era solo sport: era un modo per
sentirsi ancora italiani, per affermare una continuità culturale e affettiva in
un territorio già conteso, dove l’Istria era stata occupata dalla Jugoslavia di
Tito e Pola viveva sotto amministrazione alleata.
La spiaggia era piena di famiglie,
bambini, giovani atleti. Nessuno poteva immaginare che, accanto all’arenile,
giacevano ordigni bellici ritenuti inerti. Alle 14.15 un’esplosione devastante
squarciò il cielo, la terra, la vita di centinaia di persone. Il boato fu udito
in tutta la città; una nube nera si alzò come un presagio. In pochi istanti, la
festa si trasformò in un incubo. Corpi dilaniati, persone schiacciate dal
crollo dell’edificio della “Pietas Julia”, bambini strappati alla vita. Molti
non furono mai identificati, alcuni non furono mai ritrovati.
Le cifre, ancora oggi, oscillano: 65 morti
identificati, oltre cento resti umani recuperati, più di duecento feriti. Ma
nessun numero può restituire la misura del dolore. All’ospedale “Santorio
Santorio” i medici lavorarono senza sosta. Tra loro, il dottor Geppino
Micheletti, che in quella stessa esplosione aveva perso i due figli, il
fratello e la cognata. Nonostante il lutto personale, rimase al suo posto per
48 ore consecutive, curando gli altri figli di Pola mentre i suoi non c’erano
più. La sua figura è diventata il simbolo di una città ferita ma non spezzata.
Pola si fermò - “Pola è in lutto” - titolò
L’Arena di Pola. Le bare, molte senza nome, sfilarono in due cortei funebri
perché uno solo non sarebbe bastato. Il vescovo Radossi, durante l’omelia,
affidò al giudizio di Dio ciò che gli uomini non riuscivano a spiegare. Le
responsabilità dell’esplosione restano ancora oggi oggetto di dibattito, ma la
verità giudiziaria non riuscì a colmare il vuoto lasciato da quella tragedia. Vergarolla
non fu solo una strage: fu lo spartiacque. Da mesi la popolazione viveva nella
paura di un futuro incerto, tra tensioni politiche, minacce, deportazioni,
violenze. Già prima dell’esplosione, migliaia di polesani avevano dichiarato
che avrebbero scelto l’esilio piuttosto che vivere sotto un potere percepito
come ostile. Ma fu quel boato a spegnere ogni residua speranza. Chi era
incerto, chi sperava in un compromesso, chi pensava di poter restare, quel
giorno comprese che la città non sarebbe più stata un luogo sicuro. È
un’immagine potente: come se l’esplosione avesse zittito ogni illusione,
lasciando spazio solo alla consapevolezza dell’inevitabile. Da quel momento,
l’esodo divenne visibile, massiccio, inarrestabile. Pola si svuotò. La
larghissima maggioranza dei suoi abitanti scelse la strada dell’Italia,
lasciando case, affetti, radici. L’esodo giuliano-dalmata, che già aveva
iniziato a prendere forma, trovò in Vergarolla il suo punto di non ritorno.
Oggi, nel Giorno del Ricordo, Vergarolla
non è soltanto una pagina dolorosa della storia istriana: è un monito contro
l’odio etnico, contro la violenza politica, contro ogni forma di sopraffazione.
È la testimonianza di una comunità che ha pagato un prezzo altissimo per la
propria identità e per la propria libertà. Ricordare significa restituire voce
a chi l’ha perduta, dignità a chi non ebbe giustizia, futuro a una memoria che
rischiava di essere inghiottita dal silenzio.
Vergarolla è il boato che continua a
risuonare nella coscienza di un popolo. Ricordarlo, oggi, è un atto di
responsabilità, di pietà, di verità.
Michele Fiaschi
Commenti
Posta un commento