La Giornata Nazionale delle vittime civili delle guerre e dei conflitti nel mondo
Amiamo la pace, la celebriamo, la
invochiamo. Eppure, come società globale, continuiamo a tollerare la guerra. È
una contraddizione che ci attraversa e ci rende fragili: da un lato ci
commuoviamo davanti ai simboli della non violenza, dall’altro accettiamo, quasi
come fosse inevitabile, che i conflitti si risolvano con le armi. Non è una
responsabilità che appartiene solo ai governi o alle diplomazie: riguarda tutti
noi, come comunità, come opinione pubblica, come cittadini. Perché principi che
dovrebbero essere elementari, la tutela della vita, la protezione dei civili,
il ripudio della guerra, vengono continuamente messi in discussione.
In questo contesto, la Giornata Nazionale
delle vittime civili delle guerre e dei conflitti nel mondo, che è stata
celebrata il 1° febbraio 2026, ha assunto un significato ancora più urgente.
Istituita all’unanimità dal Parlamento con la legge n. 9 del 25 gennaio 2017,
questa ricorrenza è cresciuta negli anni, ha coinvolto un numero sempre
maggiore di istituzioni, associazioni e cittadini e è diventata un momento
collettivo di consapevolezza: un invito a fermarsi e a guardare in faccia la
realtà, perché la guerra ha continuato a colpire soprattutto chi non combatte.
A ricordarcelo, da oltre ottant’anni, ci
ha pensato l’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra (ANVCG). Nata nel
1943, nel pieno del secondo conflitto mondiale, l’Associazione ha dato voce a
chi ha subito le conseguenze più ingiuste della guerra: civili feriti,
mutilati, rimasti orfani, privati della casa, della salute, della serenità. Nel
tempo, l’ANVCG è diventata un presidio nazionale di memoria e tutela, si è
impegnata a difendere i diritti delle vittime e ha promosso una cultura della
pace fondata sul rispetto del diritto internazionale umanitario. È grazie al
suo lavoro costante che la legge n. 9/2017 ha visto la luce: un riconoscimento
istituzionale che ha trasformato la memoria in responsabilità e il dolore in
impegno civile.
Nel frattempo, mentre nuovi conflitti si
sono accesi e altri si sono trascinati nell’indifferenza generale, la violenza
contro le popolazioni civili è tornata a essere una tragica costante. L’ANVCG
ha ricordato che una protezione efficace e duratura può esistere solo
attraverso l’applicazione rigorosa del diritto internazionale umanitario:
tutelare i civili ha significato difendere abitazioni, scuole, ospedali,
servizi sanitari, reti idriche e salvaguardare il patrimonio culturale che
custodisce l’identità dei popoli.
La Giornata del 1° febbraio ha perseguito
tre obiettivi fondamentali: richiamare l’attenzione sulle sofferenze dei civili
coinvolti nei conflitti armati; sollecitare il rispetto e il rafforzamento
delle convenzioni internazionali che ne garantiscono la protezione; promuovere
una cultura della pace che ha incoraggiato le istituzioni a privilegiare il
dialogo e la diplomazia come strumenti di risoluzione dei conflitti.
Come ogni anno, l’ANCI e l’ANVCG hanno
invitato i Comuni italiani a partecipare illuminando di blu la facciata del
Municipio, o un edificio simbolico della comunità, e/o esponendo lo striscione
con il messaggio “Stop alle bombe sui civili”. È stato un gesto semplice, ma
capace di parlare a tutti: un richiamo alla pace, un segno di vicinanza alle
vittime, una dichiarazione pubblica di impegno verso la protezione dei più
vulnerabili.
Ricordare le vittime civili ha significato
riconoscere che la guerra non è un concetto astratto, ma un dramma fatto di
volti, nomi, famiglie spezzate. Ha significato affermare che la pace non è
un’utopia fragile, ma un dovere concreto. Anche Palazzo Chigi si è illuminato
di blu.
Michele Fiaschi

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