Il Friuli, cinquant’anni dopo: un francobollo per custodire la memoria del sisma
Il francobollo è realizzato
dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A. mediante stampa in
rotocalcografia, su carta bianca patinata neutra, autoadesiva e dotata di
imbiancante ottico. Il bozzetto, affidato a Santo Errico della Scuola dell’Arte
della Medaglia, traduce in immagine un articolato sistema simbolico che unisce
memoria, lutto e ricostruzione.
La vignetta raffigura il
Duomo di Sant’Andrea Apostolo di Venzone, divenuto emblema della ricostruzione
“com’era e dov’era”, custodito tra mani intrecciate che evocano la comunità
friulana come soggetto collettivo capace di proteggere, sostenere e tramandare.
Sullo sfondo, in un contrasto visivo di forte intensità emotiva, compaiono le
rovine dell’edificio, testimonianza della devastazione del 1976. Completano la
composizione le legende “TERREMOTO DEL FRIULI”, “1976”, “REGIONE AUTONOMA
FRIULI VENEZIA GIULIA”, insieme alla scritta “ITALIA” e all’indicazione
tariffaria “B”. L’annullo del primo giorno di emissione è disponibile presso lo
sportello filatelico dell’Ufficio Postale di Udine Centro.
Le caratteristiche tecniche
dell’emissione confermano l’accuratezza del progetto: stampa in quadricromia,
carta da 90 g/m², supporto Kraft monosiliconato da 80 g/m², adesivo acrilico ad
acqua distribuito in quantità di 20 g/m², formato di stampa 40 × 30 mm,
tracciatura 46 × 37 mm, dentellatura 11 ottenuta tramite fustellatura. Il
foglio comprende quarantacinque esemplari e la riproduzione monocromatica del
logo MIMIT. La fotografia delle rovine del Duomo di Venzone è concessa
dall’autore Luciano Vale.
Nel testo di accompagnamento all’emissione, il Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, sottolinea come il francobollo, nel cinquantesimo anniversario del sisma del 6 maggio 1976, celebri il “Modello Friuli”, definito come un esempio di rinascita civile fondato sulla dignità di un popolo e sulla collaborazione tra istituzioni e comunità. L’immagine del Duomo di Venzone ricostruito, afferma, rappresenta il passaggio «dal dolore della distruzione alla forza della restituzione monumentale».
Le tre mani che sorreggono
la chiesa diventano, nella sua interpretazione, la metafora dei valori che
hanno guidato la ricostruzione: solidarietà, appartenenza e sussidiarietà.
Fedriga ricorda che il Friuli seppe rialzarsi dopo una tragedia che provocò 965
vittime e colpì 137 Comuni, seguendo un ordine etico rigoroso sintetizzato
nella formula «prima le fabbriche, poi le case, infine le chiese». Da quello
sforzo collettivo nacquero innovazioni amministrative e le basi della moderna
Protezione Civile italiana.
Il Presidente evidenzia
inoltre che la memoria del sisma non costituisce soltanto un dovere verso il
passato, ma un impegno verso il futuro: «Ricordare oggi significa trasmettere
alle nuove generazioni i valori di coesione che trasformarono una ferita profonda
in un esempio di eccellenza per l’intera Nazione».
Il terremoto del Friuli del
1976, che la gente chiamava Orcolat, arrivò all’improvviso la sera del 6
maggio, sconvolgendo in pochi istanti i paesi della fascia pedemontana. Case
crollate, chiese sventrate, comunità ferite: quasi mille vittime e decine di
migliaia di sfollati. Le scosse dell’11 e del 15 settembre completarono la
devastazione, colpendo duramente Gemona, Venzone, Trasaghis, Bordano, Osoppo,
Montenars, Buja e molti altri centri. Intere popolazioni furono trasferite
sulla costa adriatica, ma la volontà di ricominciare non venne mai meno.
Fin dalle prime ore,
un’immagine si impresse nella memoria collettiva: gli Alpini. Tra le macerie e
la polvere, con le loro tende e la loro capacità di organizzare e rassicurare,
furono ovunque. Molti ricordano che «prima ancora di capire cosa fosse successo,
si vedeva già un cappello con la penna nera». L’Associazione Nazionale Alpini
divenne il volto umano del soccorso: montò campi, distribuì viveri, scavò senza
sosta, sostenne i più fragili. Anche gli aiuti internazionali si affidarono a
loro, consegnando tende e attrezzature direttamente nelle loro mani.
Ma il terremoto colpì
duramente anche gli Alpini stessi. La Brigata Julia pagò un prezzo altissimo:
il crollo delle palazzine della caserma Goi‑Pantanali di Gemona causò la morte di 29 giovani militari, e in
totale si ricordano 33 caduti, compresi coloro che persero la vita durante i
soccorsi. Nonostante il dolore per i compagni, e in alcuni casi, per le proprie
famiglie, gli Alpini superstiti si trasformarono immediatamente in
soccorritori, lavorando senza tregua per salvare vite.
La ricostruzione seguì un
principio semplice e rigoroso, divenuto un motto identitario: prima le
fabbriche, poi le case, infine le chiese. In dieci anni, interi paesi furono
ricostruiti pietra su pietra. Il Duomo di Venzone, rimontato con pazienza
artigianale numerando ogni frammento, ne è il simbolo più potente. Ancora oggi,
su alcune pietre dei portici di Gemona si leggono quei numeri: cicatrici che
raccontano la rinascita.
Il Friuli seppe trasformare
una tragedia in un modello di efficienza, serietà e coesione civile. E in
questo percorso, la presenza degli Alpini rimase un punto fermo: forza
silenziosa, disciplina, umanità concreta. Per molti, il “Modello Friuli” non
sarebbe esistito senza di loro.
A cinquant’anni di distanza,
il ricordo dell’Orcolat non è solo memoria del dolore, ma testimonianza di ciò
che una comunità può fare quando si stringe attorno ai suoi valori più profondi:
di coraggio, solidarietà e appartenenza.
Michele Fiaschi

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