Il Friuli, cinquant’anni dopo: un francobollo per custodire la memoria del sisma



Nel quadro delle commemorazioni per il cinquantesimo anniversario del terremoto del Friuli del 1976, Poste Italiane comunica che il 6 maggio 2026 il Ministero delle Imprese e del Made in Italy dispone l’emissione di un francobollo appartenente alla serie tematica “I valori sociali”, dedicato alla memoria del sisma e alla straordinaria rinascita che ne segue. L’emissione, riferita alla tariffa B pari a 1,30 euro, è programmata in una tiratura di centottantamila esemplari, raccolti in fogli da quarantacinque unità.

Il francobollo è realizzato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A. mediante stampa in rotocalcografia, su carta bianca patinata neutra, autoadesiva e dotata di imbiancante ottico. Il bozzetto, affidato a Santo Errico della Scuola dell’Arte della Medaglia, traduce in immagine un articolato sistema simbolico che unisce memoria, lutto e ricostruzione.

La vignetta raffigura il Duomo di Sant’Andrea Apostolo di Venzone, divenuto emblema della ricostruzione “com’era e dov’era”, custodito tra mani intrecciate che evocano la comunità friulana come soggetto collettivo capace di proteggere, sostenere e tramandare. Sullo sfondo, in un contrasto visivo di forte intensità emotiva, compaiono le rovine dell’edificio, testimonianza della devastazione del 1976. Completano la composizione le legende “TERREMOTO DEL FRIULI”, “1976”, “REGIONE AUTONOMA FRIULI VENEZIA GIULIA”, insieme alla scritta “ITALIA” e all’indicazione tariffaria “B”. L’annullo del primo giorno di emissione è disponibile presso lo sportello filatelico dell’Ufficio Postale di Udine Centro.

Le caratteristiche tecniche dell’emissione confermano l’accuratezza del progetto: stampa in quadricromia, carta da 90 g/m², supporto Kraft monosiliconato da 80 g/m², adesivo acrilico ad acqua distribuito in quantità di 20 g/m², formato di stampa 40 × 30 mm, tracciatura 46 × 37 mm, dentellatura 11 ottenuta tramite fustellatura. Il foglio comprende quarantacinque esemplari e la riproduzione monocromatica del logo MIMIT. La fotografia delle rovine del Duomo di Venzone è concessa dall’autore Luciano Vale.

Nel testo di accompagnamento all’emissione, il Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, sottolinea come il francobollo, nel cinquantesimo anniversario del sisma del 6 maggio 1976, celebri il “Modello Friuli”, definito come un esempio di rinascita civile fondato sulla dignità di un popolo e sulla collaborazione tra istituzioni e comunità. L’immagine del Duomo di Venzone ricostruito, afferma, rappresenta il passaggio «dal dolore della distruzione alla forza della restituzione monumentale».

Le tre mani che sorreggono la chiesa diventano, nella sua interpretazione, la metafora dei valori che hanno guidato la ricostruzione: solidarietà, appartenenza e sussidiarietà. Fedriga ricorda che il Friuli seppe rialzarsi dopo una tragedia che provocò 965 vittime e colpì 137 Comuni, seguendo un ordine etico rigoroso sintetizzato nella formula «prima le fabbriche, poi le case, infine le chiese». Da quello sforzo collettivo nacquero innovazioni amministrative e le basi della moderna Protezione Civile italiana.

Il Presidente evidenzia inoltre che la memoria del sisma non costituisce soltanto un dovere verso il passato, ma un impegno verso il futuro: «Ricordare oggi significa trasmettere alle nuove generazioni i valori di coesione che trasformarono una ferita profonda in un esempio di eccellenza per l’intera Nazione».

Il terremoto del Friuli del 1976, che la gente chiamava Orcolat, arrivò all’improvviso la sera del 6 maggio, sconvolgendo in pochi istanti i paesi della fascia pedemontana. Case crollate, chiese sventrate, comunità ferite: quasi mille vittime e decine di migliaia di sfollati. Le scosse dell’11 e del 15 settembre completarono la devastazione, colpendo duramente Gemona, Venzone, Trasaghis, Bordano, Osoppo, Montenars, Buja e molti altri centri. Intere popolazioni furono trasferite sulla costa adriatica, ma la volontà di ricominciare non venne mai meno.

Fin dalle prime ore, un’immagine si impresse nella memoria collettiva: gli Alpini. Tra le macerie e la polvere, con le loro tende e la loro capacità di organizzare e rassicurare, furono ovunque. Molti ricordano che «prima ancora di capire cosa fosse successo, si vedeva già un cappello con la penna nera». L’Associazione Nazionale Alpini divenne il volto umano del soccorso: montò campi, distribuì viveri, scavò senza sosta, sostenne i più fragili. Anche gli aiuti internazionali si affidarono a loro, consegnando tende e attrezzature direttamente nelle loro mani.

Ma il terremoto colpì duramente anche gli Alpini stessi. La Brigata Julia pagò un prezzo altissimo: il crollo delle palazzine della caserma GoiPantanali di Gemona causò la morte di 29 giovani militari, e in totale si ricordano 33 caduti, compresi coloro che persero la vita durante i soccorsi. Nonostante il dolore per i compagni, e in alcuni casi, per le proprie famiglie, gli Alpini superstiti si trasformarono immediatamente in soccorritori, lavorando senza tregua per salvare vite.

La ricostruzione seguì un principio semplice e rigoroso, divenuto un motto identitario: prima le fabbriche, poi le case, infine le chiese. In dieci anni, interi paesi furono ricostruiti pietra su pietra. Il Duomo di Venzone, rimontato con pazienza artigianale numerando ogni frammento, ne è il simbolo più potente. Ancora oggi, su alcune pietre dei portici di Gemona si leggono quei numeri: cicatrici che raccontano la rinascita.

Il Friuli seppe trasformare una tragedia in un modello di efficienza, serietà e coesione civile. E in questo percorso, la presenza degli Alpini rimase un punto fermo: forza silenziosa, disciplina, umanità concreta. Per molti, il “Modello Friuli” non sarebbe esistito senza di loro.

A cinquant’anni di distanza, il ricordo dell’Orcolat non è solo memoria del dolore, ma testimonianza di ciò che una comunità può fare quando si stringe attorno ai suoi valori più profondi: di coraggio, solidarietà e appartenenza.

Michele Fiaschi


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